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giovedì 26 aprile 2007

Recensione: Non buttiamoci giù

NICK HORNBY; NON BUTTIAMOCI GIU’
ed. Guanda, collezione “le fenici tascabili”.
Nel titolo di questo libro è riassunta la prima parte della storia:
tutto infatti inizia con quattro sconosciuti che si incontrano sul tetto della “casa dei suicidi”, a Londra. La presenza di altre persone intente a buttarsi è un fattore di disturbo che rompe il macabro equilibrio mentale che precede il salto. I quattro non si buttano, rimandano il gesto e iniziano una nuova fase delle loro vite.
La narrazione è in prima persona e salta da un personaggio all’altro lungo tutto il libro. Questa tecnica permette di portare il lettore dentro le menti dei personaggi e al contempo variare il metodo di scrittura in modo radicale da pagina a pagina. I quattro personaggi entrano in categorie di persone decisamente diverse e descrivono quattro differenti situazioni che possono spingere al suicidio. Martin è un ex conduttore televisivo di successo rovinato per aver tradito la moglie con una ragazzina di 15 anni, la sua vita è rovinata per errori che lui ha commesso in prima persona. Maureen è una donna che per quasi tutta la sua vita ha accudito suo figlio il quale è praticamente un vegetale, la sua vita è rovinata per motivi esterni e si divide tra la disperazione e il senso di colpa perché vorrebbe non aver avuto suo figlio. Jess è una ragazzetta, prototipo di adolescente volgare, ribelle ed estremamente confuso. Jess ha tutta la vita davanti, non vive una vita “rovinata”, ma la sua leggerezza e la sua impulsività la dominano completamente. JJ è un ragazzo americano, da poco uscito dal college e ancora incapace di fare quel passo in avanti verso una vita da adulto, soffre perché la sua band si è sciolta e la sua ragazza lo ha lasciato, eventi superabili, ma che vengono ingigantiti dall’assenza di qualche altro obiettivo di vita.
Il libro nel complesso è godibile, la storia “funziona” anche se non siamo davanti ad un capolavoro. Interessante è soprattutto il percorso interiore dei protagonisti. In particolare uno di loro si renderà conto di cosa è il suicidio: atto d’amore nei confronti della vita e non un gesto nichilista.

lunedì 2 aprile 2007

Recensione: Gomorra

ROBERTO SAVIANO; GOMORRA;
ed. Mondadori, collezione Strade Blu.

(Sottotitolo: viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra).

Devo ammetterlo: questo libro non mi ha appassionato.
Sulla recensione in copertina è descritto come un libro avvincente, ma per me non lo è.
Sarebbe avvincente se fosse un romanzo, forse, se tutto quello di cui si parla fosse frutto della perversa fantasia dello scrittore. Purtroppo non ci troviamo di fronte ad una invenzione di Roberto Saviano: quello di cui si parla è successo e succede veramente. Ci sono le prove. Alcune alla luce del sole, altre nascoste in mezzo alle colline del casertano, altre ancora dentro qualche casa di uno squallido quartiere, altre sotterrate in fondo ad un pozzo.
Gomorra non è uno di quei libri che offre ore di svago; potrei dire che offre soltanto malessere. Un malessere necessario quanto la consapevolezza.
L’autore è, dentro al romanzo,ora uno spettro che naviga per i quartieri più malfamati di Napoli, ora un bracciante al soldo di un “commerciante cinese”, ora uno dei tanti abitanti di Casal di Principe.
Questo libro ci offre la possibilità di tentare di capire cosa la camorra sia, ci libera dalla banalità con cui questo argomento è trattato in televisione, dai luoghi comuni, dagli stereotipi.
Il camorrista non è il sanguinario leader di un gruppo criminale, non solo. Il camorrista è un imprenditore, dotato di un grande talento e privo di scrupoli. Non siamo di fronte alla mafia siciliana, ad un anti-Stato criminale. Siamo di fronte ad un parassita che agisce nell’ombra delle istituzioni, sempre attento a non mettersi troppo in mostra perché quello che conta sono solo gli affari. Droga, materiale contraffatto, rifiuti, appalti, ma anche ristoranti in Scozia, commercio legale di prodotti tipici campani, negozi di vestiti in Australia...persino le bancarelle che rifornivano di acqua e panini i fedeli accorsi per la morte di Giovanni Paolo Secondo. Tutto ciò che può garantire stratosferici guadagni.
E il bello è che siamo noi, gente “onesta” il fondamento del successo e della ricchezza dei molteplici clan della camorra.
Gente onesta a cui, per divertirsi, capita di consumare droga...”tanto sono affari miei”...
Gente onesta che produce rifiuti in quantità tali da non essere smaltibili nei modi previsti dalla legge.
Gente onesta che considera normale, giusto, comprare materiale contraffatto nelle bancarelle.
Gente onesta che chiude gli occhi di fronte alle enormi difficoltà che si incontrano nel Sud quando si cerca un lavoro onesto.
Gente onesta che preferisce non informarsi, ignorare perché...”tanto io cosa posso farci?”

Leggere questo libro penso sia un dovere di cittadino. Indignarsi affinché la propria voce si unisca a quelle di coloro che combattono la criminalità organizzata e rischiano la vita ogni giorno. Essere consapevoli è il primo passo del lungo cammino verso la legalità.

venerdì 23 febbraio 2007

Recensione: La Fata Carabina

DANIEL PENNAC; LA FATA CARABINA;
ed. Universale Economica Feltrinelli.

Mia mamma dice che Pennac o lo si odia o lo si ama.
Dopo aver letto “La fata carabina” posso dire di appartenere alla parte di lettori che apprezza questo scrittore. Il libro è stato infatti una piacevole sorpresa.
Uno dei difetti che spesso incontriamo nei libri è che “tardano a partire”, siamo ancora a pagina 50 e l’unica cosa che ci viene spontaneo fare è sbadigliare. Ebbene, il primo capitolo de “La fata carabina” è quasi un capolavoro di coinvolgimento: tre pagine veloci e ironiche che aprono la storia con una scena quasi paradossale. Una anziana signora che uccide con un colpo di pistola alla testa un commissario di polizia.
Un omicidio e per di più commesso da una “vecchia malferma sulle gambe”
Strano, surreale. Se però avremo la pazienza di lasciarci trasportare dalla narrazione, vedremo che questo, come gli altri eventi della prima parte del libro, troverà una spiegazione plausibile rispetto al finale.
Particolari coincidenze, equivoci, colpi di scena troveranno posto nel puzzle costruito, in modo forse un po’ troppo artificiale, dall’autore.
La narrazione si sposta di continuo dalla prospettiva di Benjamin Malaussene a quella dei poliziotti che cercano di scoprire chi ha ucciso il commissario, chi ha ucciso degli anziani nella zona, chi gestisce il commercio della droga a Belleville, droga di cui fanno uso gli anziani.
Veri protagonisti della storia sono infatti gli anziani, la cui condizione e i cui problemi sono il filo conduttore di questa storia. Pregio di questo libro è anche quello di far riflettere sulla condizione di chi, ormai vecchio, si sente privo di ogni scopo di vita e aspetta l’inesorabile arrivo della morte nella infelicità.
Per concludere, insomma, un bel libro. Chi saprà chiudere un occhio di fronte alla stranezza degli eventi e alla artificiosità di alcune coincidenze si troverà tra le mani una storia capace di appassionare, dei protagonisti interessanti, un tema in grado di far riflettere e, in fondo, anche qualche colpo di scena.